Esperienze, Riflessioni, Proposte, ...Psicomotricità: Esperienza personaleDescrivere tre anni di psicomotricità non è facile, dal primo bambino entrato nella stanza all'ultimo uscito sono cambiate molte cose, come: i punti di vista, la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni, le soddisfazioni, l'osservazione… continuare ad elencare non sarebbe il caso. Le prime sensazioni che si possono provare quando ci si trova di fronte ad un bambino con difficoltà, è l'incapacità a comprendere il mondo visto con i suoi occhi. Le sue proposte non coincidono con le tue, non si riesce ad associare un motivo valido alle sue richieste e quindi le manifestazioni di frustrazioni sembrano non avere nessun significato. Le provocazioni ti alterano, creano ansia, rendono irrequieto come lui. Insomma si viene trasportati nel suo mondo dove si nota solo il lato negativo; questo da fastidio, il bisogno d'allontanarsi cresce. Le domande che ruotano continuamente nella testa del terapista, per tutti il setting-terapeutico sono:
La teoria, i vissuti fatti, i tirocini, sembrano non poter dare niente d'utile, perché li, in quella circostanza si è in due “TU E LUI”, e nessuno può dare sostegno. Gli spazi confusi, il disordine che si è creato, l'incongruenza tra il terapista ed il bambino è devastante, e questo disagio cresce sempre di più; i pensieri, le idee, l'organizzazione, l'improvvisazione, il ruolo, sono tutti offuscati da una fitta nebbia psicologica. Un unico pensiero confortante, è quello che se si è lì è per scelta propria. Passano giorni e le cose non cambiano, ci si accorge di non aver fatto nulla di buono, di aver perso tempo e soprattutto di averlo fatto perdere ad altri. Il senso di colpa cresce sempre di più e può demoralizzare, da qualche parte dentro, bisogna sentire quella voce, che suggerisce qualcosa, che aiuta a cambiare a trovare una via d'uscita, perché esiste sempre una soluzione. Il giorno dopo, il terapista, al lavoro, in quella stanza è più carico, perché “E' presente”, e sa cosa fare. Arriva il primo bambino e subito gli viene proposto il gioco. Il bambino lo accetta, e quindi s'inizia. L'attività non segue gli schemi prefissati, ma si gioca, si è presi da quel contesto. Il divertimento, le risate, l'allegria, pian piano inondano la stanza, e le due persone che la occupano, si perdono nella loro gioia, e non hanno voglia di fermarsi. Si perde la consapevolezza d'essere li, in quel posto, per uno scopo ben preciso. Il bambino si è divertito, infila le scarpe con difficoltà, perché vorrebbe continuare a giocare, ma è sudaticcio e deve riposarsi, e poi perché mancano meno di cinque minuti per andare via. Il terapista deve riprendere la consapevolezza di essere lì ed entrare nel proprio ruolo, anche perché il genitore è di là ad aspettare il proprio figlio. Il bambino si è divertito, e confida che non vede l'ora di ritornare, “Il gioco gli è piaciuto!”, si è diventato il suo “IDOLO”, “IL SUO AMICO”. Per giorni si segue questa strategia perché sembra aver funzionato, però si sente nuovamente la mancanza di qualcosa, ci sono atteggiamenti del bambino non chiari; certe domande non hanno una risposta.
Le domande nel tempo sono sempre le stesse, e più giorni passano più si moltiplicano fino a quando ne arriva una, quella che non è mai stata posta, è ben precisa, ed è quella a cui bisogna dare una risposta.
E allora ci si rende conto che per tutto il tempo quel bambino non è stato mai ascoltato. Non si è fatto altro che soddisfare le proprie esigenze, si è fatto in modo di non trovarsi mai davanti a decisioni strategiche, che potevano portare a problematiche che si possono incontrare, quando ci si trova di fronte a grosse responsabilità. Si è perso di vista il proprio ruolo che non è quello di un “semplice Amico” , ma è quello del terapista della psicomotricità .
Dite la vostra su quest’argomento sul blog del neuropsicomotricista: www.neuropsicomotricista.com
|
|||||||
